Il gattino sul muretto.
Ecco, da un po’ di tempo a questa parte, le persone psicologicamente disadattate incontrano il mio favore. O meglio, mi trovo bene con loro. Ci capiamo. Il che, probabilmente, fa di me un ulteriore disadattata, ma non è questo il punto.
Oggi ascoltavo un anziano con una memoria a breve termine pressochè inesistente. Il mio cane gli ha appoggiato il muso sulla gamba, e lui gli ha detto (al cane): “Ho un gattino, lo sai? Quando arrivo a casa con l’Ape mi aspetta sul muricciolo. Non è mica vero che i gatti sono cattivi, no no. Io ho un gattino che mi aspetta. Sono le persone cattive, non i gattini.” Ce lo ha detto (a me e al mio cane) sei volte in mezz’ora. Alternando il tutto ai racconti sulle sue passeggiate anticaldo e sul bar dove gioca a carte. “Ma non a soldi, no. Quello non va bene.” La ripetizione a un certo punto è diventata una specie di mantra. Avere un gattino che ti aspetta sul muricciolo di casa mi è parso una necessità fondamentale per l’esistenza. Cibo, acqua, riparo, gattino sul muricciolo. Ergo, il resto delle necessità di sono d’improvviso rimpicciolite. Bello, vero?
Qualche giorno fa ho fatto amicizia con un bambino con problemi neuropsichiatrici. Era adorabile, voleva aiutarmi col mio lavoro ed osservava curioso e attento ogni mia mossa. Gli altri bimbi, quelli “normodotati” (che parole di merda…) sono troppo impegnati con il Nintendo o altre cagate del genere per essere curiosi di qualunque cosa. Non alzano gli occhi dal piccolo schermo colorato, quindi non hanno curiosità per nulla. Il bimbo problematico il Nintendo non ce l’ha, non so se sia perchè i suoi genitori spendono tutto in visite e fisioterapie, o se sono di quei genitori vecchio stampo che con i figli disabili mantengono un profilo basso perchè “tanto è inutile…” (non credo sia questo secondo caso. Altra osservazione: molti genitori di bimbi disabili hanno un’aria molto più felice di quelli che vedo in giro con i bimbi “normodotati”, sorridono tenendosi per mano come nelle pubblicità del Mulino Bianco) e quindi cresce vispo e curioso. Sano, in pratica. Bello, vero?
Ecco, se tutto questo è bello, chi me lo fa fare di raddrizzare le mie storture mentali? L’unica cosa che voglio adesso è un gattino che mi aspetta sul muricciolo di casa. Insieme al mio cane. Si.
Ho un gattino, lo sai? Quando arrivo a casa con l’Ape mi aspetta sul muricciolo. Non è mica vero che i gatti sono cattivi, no no. Io ho un gattino che mi aspetta. Sono le persone cattive, non i gattini…
Credere.
“Credo nella manicure, nell’agghindarsi, nell’usare rossetti, nel rosa.
Credo che l’amore sia il miglior metodo per bruciare le calorie.
Credo nel bacio alla francese. Credo che le ragazze felici siano le più carine.
Credo che domani sia un altro giorno e credo ai miracoli”
Audrey Hepburn.

Il dito e la luna.

Questo manco guarda il suo dito...
E’ assolutamente vero quel che dice il noto detto sullo stolto che guarda il dito e non la luna. La miseria d’animo di certe persone – “certe”… molte, direi – ha raggiunto vette sconfortanti.
Mi è capitato, giorni fa, di ascoltare come due o tre tizi che conosco si lamentassero di un loro collega, che secondo loro è un matto bizzarro, che pretende di avere le cose a modo suo, e che si comporta spesso in modo assai stravagante. Un mezzo matto sostanzialmente rompicoglioni, a loro dire.
Peccato che il mezzo matto in questione sia un genio assoluto, una mente funambolica di intelligenza riconosciuta, da cui bisognerebbe soltanto imparare, tacendo umilmente e sorvolando sulle sue bizzarrie caratteriali. Come dice anche Conrad: “Un’ottima reputazione professionale non è necessariamente garanzia di un cervello a posto.”*
Insomma, avete la possibilità di stare a contatto con una mente sopraffina e di imparare cose che altri poveracci non avranno mai la fortuna di sentire, e voi vi fermate al semplice fatto che disturba la vostra placida (e mediocre) esistenza? Appunto. Vedono il dito e non la luna.
E questo è un fatto assolutamente diffuso a tutti i livelli. E’ quello che impedisce ai più di uscire dalla loro pozzangherina mentale, tranquilla e sicura, dove nessuno può additarli per quello che sono, e cioè dei mediocri, e soprattutto, dove non fanno alcuna fatica, non gli corre l’obbligo di far funzionare quei due neuroni che hanno in testa, spingendoli magari a moltiplicarsi.
La necessità di miglioramento è un’esigenza sconosciuta ai più, allontanare il gusto della sfida, evitare di lasciarsi attraversare da esperienze nuove, diverse, da opinioni differenti, sono comportamenti all’ordine del giorno.
Non so se si tratti di un condizionamento dovuto alla tv o alla manipolazione dell’informazione o a chissà cosa, non ho voglia di mettermi a fare del complottismo spicciolo, ma di sicuro è preoccupante perchè quel che è un freno mentale del singolo, diviene alla lunga un freno sociale.
E chi ha voglia di guardare la luna, deve per forza cercare altrove il suo punto d’osservazione, prima di essere etichettato come strano, rompicoglioni e di conseguenza isolato come un brutto virus da questi derelitti. Ohibò, poi non mi toccherà mica fare dei ragionamenti?
*J. Conrad, “La linea d’ombra”
Dieci anni dopo. No retreat, baby, no surrender.
Caro Suddito,
mi è sembrato assolutamente folle dover rendermi conto che sono passati dieci anni da quando ci siamo conosciuti. “Come dieci anni? E come è successo?”
Eppure è successo. Dieci anni dall’inizio di quel nostro meraviglioso epistolario. Prima delle chat, prima di Facebook, prima del Social. Prima. Perfino prima dell’undici settembre.
E tre anni prima che tu decidessi di andartene altrove, dove spero tu stia soffrendo un po’ meno.
Nonostante questi dieci anni, certe volte i ricordi, le cose che mi dicevi, riappaiono netti e nitidi come se tu mi avessi chiamato dieci minuti prima, mentre sei a far benzina e temi che la macchinetta ti abbia inghiottito il bancomat. E netto riappare il dolore. A macchie, qua e là e per motivi assolutamente bizzarri. Certe volte vedo il Milan in tv e mi viene il nodo in gola, e penso a quanto ti saresti divertito a sfottermi quando siamo finiti in B. Per una pura coincidenza se n’è andato anche Big Man Clemmons, e mi sono ricordata dei tuoi racconti degli epici concerti del Boss… No retreat baby, no surrender, abbiamo fatto tutti e due una promessa.
Penso a come saresti stato felice di vedere com’è la mia vita adesso, e mi fa male sapere che non potrai mai abbracciarmi e dirmi che sei felice per me. Guardo la posta elettronica e mi rendo conto che il tuo indirizzo email non è nei miei contatti, anche se me lo ricordo a memoria ancora adesso.
Penso che se dieci anni fa fossi stata la donna che sono ora, forse tu saresti ancora qui a rendere speciale il mondo con la tua delicata sensibilità… ma non sarei la donna che sono ora se non ti avessi perso in questo modo così doloroso. E’ una spirale di eventi concatenati che mi tocca accettare di buon grado.
Ho ancora la nostra scatola, mi guarda dal ripiano della mensola, e certe volte penso che farei bene a metterla via (dovrei smetterla di occuparmi di un vecchio orso, ti ricordi cosa mi dicesti, una delle rare volte in cui ci siamo scontrati?) ma non mi riesce. Dentro quella scatola ci sono ancora molte cose buone. E quelle non voglio metterle da parte, non mi sembra giusto.
E’ andata così.
Se tu fossi davanti a me forse ti prenderei a sberle per quanto mi hai fatto soffrire, per avermi lasciato questo ineluttabile senso di perdita che mi perseguita, e mi fa perseguitare tutti quelli che amo nel timore di vederli svanire nel nulla, e ripiombare in quel dolore orrendo. O forse semplicemente coglierei l’occasione per abbracciarti come non ho mai potuto fare.
Dovunque tu sia, mi immagino sia un posto con molti libri, tanto sole e una pianta di limoni, e che tu ci stia un gran bene. E finalmente in pace.
Pensami ogni tanto. Ti voglio bene.
La Tua Imperatrice.
Preoccuparsi non serve a nulla.
Ecco, tu sei lì che guidi la tua auto. E ti preoccupi per qualcosa.
Del lavoro che scarseggia. Dei figli che non studiano. Del tumore che potresti avere oppure no. Del destino del mondo.
Tu guidi lacerandoti dentro per una di queste o chissà quali altre cose. Non dormi di notte. Non parli in famiglia, lasci che questo logorio ti divori il tempo e i pensieri per ore, per giorni interi. Poi, mentre guidi, un matto qualunque (che magari aveva pure lui le sue preoccupazioni, per carità) fa un sorpasso azzardato, una manovra mal fatta e si schianta contro di te, la tua auto e il tuo traino di preoccupazioni. E muori, lì su una statale, muori così male e all’improvviso che è come se ti fossi disintegrato. Tu e le tue preoccupazioni.
Succede di continuo, può accadere a chiunque, lo sappiamo tutti benissimo eppure non ce lo ricordiamo mai. E così continuiamo a farci mangiare il tempo e la vita buona che abbiamo per delle cose che non sono accadute, che potrebbero accadere o che forse non accadranno mai. E tutto questo tempo bellissimo che abbiamo non ce lo ridaranno mai più, spiacenti, quel che è fatto è fatto, ci doveva pensare prima caro mio, next patient please – ding!
Non preoccupatevi. Non ne vale la pena. Occupatevi di voi, piuttosto. Potrebbe valerne la pena.
Questo bacio a tutto il mondo.
Una delle cose più belle ed emozionanti che ho avuto nella mia vita è stata la visita al Fregio di Beethoven, alla Secessione di Vienna. In un tardo pomeriggio di dicembre, ci siamo ritrovati, io e l’uomo che amo, di fronte alla Secessione. Splendeva, l’edificio, anche se non c’era il sole, e sapeva di straordinario già a starci davanti. Non senza difficoltà per il ghiaccio sui gradini, siamo entrati, e ci siamo letteralmente immersi, visto che si trova in una sala nel seminterrato, nella stanza che ospita il Fregio.
Questa sala:

Eravamo lì, noi due e altri tre o quattro turisti, a contemplare il genio di Klimt disteso per svariati metri sulle pareti di quella sala quasi kubrickiana. E’ in alto, c’è da stare col naso all’insù per un bel po’.
Il fregio di Beethoven, come è raccontato qui, diviso su tre pareti, e rappresenta la ricerca della felicità, con la supplica degli umani al cavaliere che rappresenta la forza che guida nella lotta per il raggiungimento della felicità, poi le forze che si oppongono: malattia, follia e morte, e voluttà, lussuria ed eccesso.
Infine, la ricerca della felicità che trova il compimento nella poesia e nelle arti, che sono il luogo dove si trovano pura gioia, pura felicità, puro amore. E a concludere, la rappresentazione del verso più emozionante dell’Inno alla Gioia di Schiller, musicato da Beethoven e che ha fatto da ispirazione a Klimt per questo affresco:
“Gioia, meravigliosa scintilla divina.
Questo bacio a tutto il mondo”

Il coro delle donne in paradiso, e l’abbraccio della coppia, ancora più emozionante del più famoso “Bacio” di Gustav Klimt. Restammo lì per un tempo che non ho mai saputo quantificare, ma che fu intenso e importante. Si annusava il genio, e l’arte quando era vita, e un modo di pensare che era avanti a noi di secoli.
Uscimmo poi, nel gelo della sera viennese, con un sogno realizzato.
Violette.
Oggi, dopo una settimana di pioggia e di influenza, c’era il sole. Ho raccolto delle violette dal giardino.
Le violette son belle raccolte in febbraio, quando hanno gli steli lunghi lunghi, che le fanno sbucare fra le foglie rotonde.
Devi infilare le mani fra le foglie, giù, seguendo lo stelo con le dita fino ad arrivare alla fine. E solo a quel punto puoi staccarle.
Ci vuole delicatezza e fiducia, non devi spezzarle, e devi sperare che non sbuchi un insettaccio fra il fogliame.
Poi, le raccogli in un mazzolino, stacchi qualche bella foglia e la metti intorno, come fa il fiorista con la carta dei boquet, solo che le violette sono furbe e la confezione ce l’hanno autoprodotta.
Son qui in un vasetto, e il loro profumo è talmente forte che riesco a sentirlo anche col raffreddore.
Sanno di inizio di primavera, di veglioni carnevale, di aiuola di nonna, di vasetto comprato, con gli spiccioli risparmiati, trent’anni fa, così la mamma avrebbe potuto raccogliere dei bei mazzolini di violette e metterceli dentro. Un vasetto d’ottone da pochi soldi, con una violetta dipinta sopra, comprato da una bimbetta in un’epoca che non esiste più, romantica e antiquata come il profumo delle violette.
Però sono ancora lì. Loro resistono, malgrado tutto.
Seratona.

Nella foto, Baryshnikov in biancheria intima senza cartellini visibili.
Tipo che io sono malata, tosse scatenata, raffreddore a palla e febbriciattola strisciante, infilata sotto il piumone, che guardo Sex and the City (Carrie sta uscendo con Baryshnikov e Miranda è tornata con Steve, così, tanto per aggiornarvi) e mi accingo, appena avrò finito di scrivere questo post, ad asportare TUTTE le etichette e i cartellini di TUTTA la biancheria che ho comprato sabato scorso all’outlet di una nota azienda di intimo, e vi garantisco che è un mare di roba.
Dite la verità, mi invidiate la seratona, eh?
Dio | Mulholland Dave
E’ un genio. Epic win, per citare quelli che parlano bene.
Amici pubblicitari.
Amici pubblicitari carissimi, creativi genialoidi, sapete che vi voglio bene, ma veramente certe volte dovreste essere presi per le orecchie come gli scolaretti distratti.
Mi sono soffermata a guardare, giorni fa, lo spot di una nota casa automobilistica italiana, dove si vede una ragazza, abbigliata come Carrie Bradshaw nei suoi momenti peggiori (cioè sempre), che si ferma all’ingresso di un casino sbrilluccicoso stile Las Vegas, parcheggia la sua auto, e si accinge a giocare ad un enorme slot machine inglobata nella facciata del suddetto casino.
Ora, si può chiudere un occhio su alcuni fatti:
1) l’abbigliamento orrendo della giovine donna;
2) l’idea bizzarra della mega slot sulla facciata di un edifico;
3) il fatto che la giovine donna rotei la monetina sulle nocche come un gambler incallito in un film di gangster degli anni ’50…
4) il fatto che, ovviamente vincente, la giovine donna si porti a casa in auto tre baldi giovini uomini che escono dalla slot…
… ma perchè come sottofondo avete scelto un risaputo inno gay come “Macho man” dei Village People?
Me la spiegate, per favore??

commentano ad alta voce