Terra.

Io vorrei, davvero, andare a zappare la terra. La terra non ti insulta, non ti umilia, non ti sfinisce la mente lasciandoti il corpo molle come quello di un verme bianco. Ti stanca, ti stronca, ti chiede attenzione e cura, ma ti rispetta. Laddove il rispetto è fatto di mani segnate, di freddo nelle ossa e piante che crescono dal tuo lavoro. Non ci sono menzogne, dove c’è la terra. Non puoi mentire alla terra, perchè non ti perdona, se lo fai. Se davvero potessi farlo, andrei volentieri a zappare la terra.

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Il volto di un uomo.

cieloOggi un uomo mi ha raccontato di come ha visto morire sua figlia.

Il mio lavoro è strano, a volte. La maggioranza delle persone ti transitano davanti, o al telefono, per due, cinque minuti. Se c’è qualche problema, dieci minuti. Poi vanno via. Next patient please, send in another victim of industrial disease… Quelli che si fanno ricordare, in genere, è perchè in qualche modo turbano il regolare andamento del lavoro: richieste bizzarre, arrabbiature, reclami, invettive contro il governo e così via.

Oggi è arrivato un uomo anziano, sui 70 anni. Dopo avermi raccontato il motivo per cui era al mio sportello, mi ha confessato di essere demolito. E lo era, demolito. Il suo era un viso scolpito dai colpi inferti dalla vita. Mi ha raccontato della morte di sua figlia, che presumo avesse più o meno la mia età. Mi ha raccontato una tragedia enorme con una dignità e una compostezza che mi hanno demolita. Si è scusato per lo sfogo. Gli ho risposto che non c’era problema. E allora è andato avanti col suo racconto, mimando la scena, quell’ultimo straziante, eppure tenero, abbraccio. Mi ha raccontato di fato e intuizione. Mi ha raccontato delle persone che l’hanno aiutato e ho visto sul suo viso una gratitudine sincera e rara. L’ho ascoltato, letteralmente rapita dalle sue parole, vedendo ogni immagine che mi raccontava.

Poi è arrivata un’altra persona, e lui, compostissimo, ha salutato e si è avviato all’uscita. Visto che in settimana tornerà, gli ho detto di passare a farmi sapere com’è andata la sua pratica, se mi vede, se ha risolto almeno qualche bega burocratica.

Dopo un po’ mi sono chinata sotto al bancone ad asciugarmi gli occhi.

40 anni e sentirli tutti.

hello kitty

Nella foto, Hello Kitty va al concerto dei Turbonegro.

Una bella mattina sei al lavoro, hai a fianco l’ennesima stagista che ti racconta che è nata nel 1993.

MILLENOVECENTONOVANTATRE.
Avevo ventidue anni, nel 1993. Mi ero diplomata da tre e lavoravo da oltre due. Avevo una cotta non ricambiata, guidavo l’auto, uscivo la sera facendo assai tardi. E l’ennesima stagista non era ancora nata. O se lo era, era in fasce.

Potrebbe essere mia figlia. Argh. Pensiero orribile. Ti rendi conto che nonostante gli scambi di sms e di messaggi su Whatsapp, il tempo perso a guardare i video di Clio Makeup e i jeans aderenti, non sei più una ragazzina. (Ok, le mie chiappe sono di gran lunga migliori di quelle di molte ragazzine, ma questo è un argomento che a voi non deve interessare, ok? OK!).

E’ che alla fine mi sono resa conto che la prolungata adolescenza in cui la nostra società (mi fa schifo scrivere “la-nostra-società” ma non ho sinonimi) cerca di proiettarci fino all’età di 62 anni, non me la sento più addosso. Mi è venuta una botta di maturità. No, meglio, di adultaggine. Non so se esista questo termine, ne dubito, e credo che il mio moroso scrittore inorridirà, ma tant’è, mi serviva quella parola.

E’ oggettivo: non ho più voglia di comportarmi da adolescente. Da bambina, può darsi, ma da adolescente no. Fatevi avanti, 40’s (e non fatemi notare che vi siete fatti avanti già da quasi quattro anni e io non ci avevo fatto caso).

A questo punto mi chiedo: ma le altre donne sulla quarantina dove sono? Che fanno? Stanno nascoste dentro le magliette di Hello Kitty fuori tempo massimo, vanno in discoteca, dove stanno? Perchè non scrivono, non si fanno vedere, non mostrano al mondo la loro magnificenza? C’è, soprattutto, questa magnificenza? Ricordo che a un certo punto della mia vita ho desiderato avere 40 anni, ardentemente. Pensavo che avrei potuto fare assolutamente quello che avessi voluto, senza dover rendere conto a nessuno se non a me stessa. Avrei indossato rossetti rossi al mattino, e belle giacche. Avrei comprato borse ampie per stare fuori casa tutto il giorno, avrei arredato la mia casa da persona adulta. Avrei ascoltato Paolo Conte. Molte di queste cose le faccio, alcune no (ma a Paolo Conte ci potrei arrivare, eh.).

Ma intorno a me non vedo altre persone così. Ho le mie adorabili nipotine stagiste, conosco delle cinquantenni agguerritissime, ma le mie coetanee, tolte un paio di care amiche, non sono pervenute.

Può una over 40 tenere un blog, o fa troppo adolescente? Perchè mi è venuta voglia di raccontarvela, questa quarantenne in cerca di adultaggine, e se qualcuna ha voglia di scambiare qualche idea (qualcuna o qualcuno e di ogni età, sia ben inteso) la porta è aperta.

29 giugno.

Fenomenologia della tenda.

Nella foto, uno fra i più terrificanti allestimenti di tende mai visti sulla terra. No dico, ma le rose, ne vogliamo parlare? Anche no.

Giorni fa ho comprato delle tende nuove per la mia camera da letto. Non che ne avessi bisogno: avevo già delle tende molto carine, che mi piacciono ancora molto a distanza di anni dal momento dell’acquisto (ricordo che scelsi le tende per la camera da letto ancor prima di aver scelto le piastrelle per il pavimento), solo che mi trovavo da Ikea (maledetti), e mi hanno fatto venire una gran voglia di calore invernale, di colori naturali, di quel mondo lì nordico del tipo fuori-c’è-la-tormenta-ma-noi-stiamo-qui-in-casa-al-caldino-nel-nostro-plaid-Ulsverklund*. E quindi quando ho visto queste belle tende le ho volute acquistare.

Giorni dopo ho raccontato del mio nuovo acquisto e successivo allestimento in camera da letto ad un’amica, bullandomi fra l’altro dell’economicità delle tende. Mi sento rispondere (e non solo da lei, anche da altre donne): “Ah, io ho delle tende che acquistai a XXX euro.”, segue sopracciglio alzato di chi si sta chiedendo come sia concepibile avere tende da XX euro e non da XXX euro.  Si, la differenza è in centinaia di euro.

E così mi sono chiesta perchè le donne hanno questo rapporto quasi morboso con le tende, che impone che siano costosissime (c’è gente che se le fa regalare per le nozze da nonne compiacenti che poi si vantano al mercato di aver regalato tende per un ammontare pari al mio stipendio di un mese), elaborate che neanche un ingegnere edile saprebbe venirne fuori, e tenute in considerazione suprema. “Vieni a casa mia, prendiamo un caffè e ti mostro le mie tende, le ho pagate XXXX euro!”, seguono mormorii di stima e ammirazione. Perchè non ammirate me che ho speso pochissimo, le mie tende fanno un figurone e se le rovino in lavatrice non è un dramma? perchè, eh?

Seriamente. Perchè le tende valgono così tanto nella vita di una donna, soprattutto se casalinga? Ricordo che quando morì mia madre, tantissime donne amiche di famiglia, si offrirono di venire a casa, e aiutarmi a tirar giù le tende per lavarle. Ora, grazie del pensiero, ma sul serio qualcuno pensa che il giorno dopo aver partecipato ai funerali di mia madre io abbia un qualsivoglia pensiero rivolto alle tende? perchè almeno cinque donne diverse hanno avuto la stessa (bizzarra, IMHO) idea? E il bello è che so per certo che è successo ad altre persone. Sei in un momento di grave afflizione? Vengo a casa tua e ti lavo le tende.

Qual è la conclusione di questo ragionamento? Non lo so. Aiutatemi, se mi leggete, a capire il perchè di questo misterioso potere iconologico delle tende nella casa della donna moderna. Perchè io, davvero, non ne sono venuta a capo.

*nome assolutamente di fantasia, ma se il sig. Ikea vuole usarlo e pagarmi i diritti d’autore, ben venga.

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E quindi?

Un’altra giornata che se ne va, un’altra settimana che scivola via nella pioggi (quasi) incessante. Ho messo uno smalto nuovo, chiaro come vorrei fosse chiaro il futuro prossimo. E invece è tutto nuvoloso come il cielo. Eppure, sentendo l’odore dei campi bagnati, guardando il mio cane che viene ad appoggiare il muso sulla mia gamba mentre scrivo, sentendo il respiro del mio uomo che guarda la tv disteso sul letto, penso che a suo modo, ed è un modo gravemente bizzaro, questo può essere un mondo merviglioso. Ma forse è solo la chitarra di Mark.

Noi e loro.

bobina

Eccola lì, l’immagine appare per qualche attimo sullo schermo. Frammenti di vecchi 8 mm, decorati dai segni del tempo, con quel ritmo un po’ accelerato che li accomuna alle pellicole d’inizio ventesimo secolo.

Di sfuggita, vedi il volto di tua madre, che ha all’epoca la metà dei tuoi anni. Con un collasso spazio temporale vedi in lei quello che eri alla sua età. Non la figlia che assomiglia alla madre, ma la madre che assomiglia alla figlia in quel momento più anziana di lei. La spii, guardandola in un momento in cui lei non era a conoscenza della tua esistenza. L’inversione dei poli familiari. Riconosci la camicia, non ricordi quel taglio di capelli in particolare. Ricordi gli ombretti grigi, e la boccetta arrotondata del fondotinta Avon che ha sempre avuto.

Noi e loro. Inconsapevolmente congiunti e rovesciati. Presagio cinematografico della vita che sarà, quando la figlia accudisce sua madre come fosse la sua creatura, circondandola di quanto ha imparato da lei.

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