Il volto di un uomo.

cieloOggi un uomo mi ha raccontato di come ha visto morire sua figlia.

Il mio lavoro è strano, a volte. La maggioranza delle persone ti transitano davanti, o al telefono, per due, cinque minuti. Se c’è qualche problema, dieci minuti. Poi vanno via. Next patient please, send in another victim of industrial disease… Quelli che si fanno ricordare, in genere, è perchè in qualche modo turbano il regolare andamento del lavoro: richieste bizzarre, arrabbiature, reclami, invettive contro il governo e così via.

Oggi è arrivato un uomo anziano, sui 70 anni. Dopo avermi raccontato il motivo per cui era al mio sportello, mi ha confessato di essere demolito. E lo era, demolito. Il suo era un viso scolpito dai colpi inferti dalla vita. Mi ha raccontato della morte di sua figlia, che presumo avesse più o meno la mia età. Mi ha raccontato una tragedia enorme con una dignità e una compostezza che mi hanno demolita. Si è scusato per lo sfogo. Gli ho risposto che non c’era problema. E allora è andato avanti col suo racconto, mimando la scena, quell’ultimo straziante, eppure tenero, abbraccio. Mi ha raccontato di fato e intuizione. Mi ha raccontato delle persone che l’hanno aiutato e ho visto sul suo viso una gratitudine sincera e rara. L’ho ascoltato, letteralmente rapita dalle sue parole, vedendo ogni immagine che mi raccontava.

Poi è arrivata un’altra persona, e lui, compostissimo, ha salutato e si è avviato all’uscita. Visto che in settimana tornerà, gli ho detto di passare a farmi sapere com’è andata la sua pratica, se mi vede, se ha risolto almeno qualche bega burocratica.

Dopo un po’ mi sono chinata sotto al bancone ad asciugarmi gli occhi.

29 giugno.

Dieci anni dopo. No retreat, baby, no surrender.

Caro Suddito,
mi è sembrato assolutamente folle dover rendermi conto che sono passati dieci anni da quando ci siamo conosciuti. “Come dieci anni? E come è successo?”
Eppure è successo. Dieci anni dall’inizio di quel nostro meraviglioso epistolario. Prima delle chat, prima di Facebook, prima del Social. Prima. Perfino prima dell’undici settembre.
E tre anni prima che tu decidessi di andartene altrove, dove spero tu stia soffrendo un po’ meno.
Nonostante questi dieci anni, certe volte i ricordi, le cose che mi dicevi, riappaiono netti e nitidi come se tu mi avessi chiamato dieci minuti prima, mentre sei a far benzina e temi che la macchinetta ti abbia inghiottito il bancomat. E netto riappare il dolore. A macchie, qua e là e per motivi assolutamente bizzarri. Certe volte vedo il Milan in tv e mi viene il nodo in gola, e penso a quanto ti saresti divertito a sfottermi quando siamo finiti in B. Per una pura coincidenza se n’è andato anche Big Man Clemmons, e mi sono ricordata dei tuoi racconti degli epici concerti del Boss… No retreat baby, no surrender, abbiamo fatto tutti e due una promessa.

Penso a come saresti stato felice di vedere com’è la mia vita adesso, e mi fa male sapere che non potrai mai abbracciarmi e dirmi che sei felice per me. Guardo la posta elettronica e mi rendo conto che il tuo indirizzo email non è nei miei contatti, anche se me lo ricordo a memoria ancora adesso.

Penso che se dieci anni fa fossi stata la donna che sono ora, forse tu saresti ancora qui a rendere speciale il mondo con la tua delicata sensibilità… ma non sarei la donna che sono ora se non ti avessi perso in questo modo così doloroso. E’ una spirale di eventi concatenati che mi tocca accettare di buon grado.

Ho ancora la nostra scatola, mi guarda dal ripiano della mensola, e certe volte penso che farei bene a metterla via (dovrei smetterla di occuparmi di un vecchio orso, ti ricordi cosa mi dicesti, una delle rare volte in cui ci siamo scontrati?) ma non mi riesce. Dentro quella scatola ci sono ancora molte cose buone. E quelle non voglio metterle da parte, non mi sembra giusto.
E’ andata così.

Se tu fossi davanti a me forse ti prenderei a sberle per quanto mi hai fatto soffrire, per avermi lasciato questo ineluttabile senso di perdita che mi perseguita, e mi fa perseguitare tutti quelli che amo nel timore di vederli svanire nel nulla, e ripiombare in quel dolore orrendo. O forse semplicemente coglierei l’occasione per abbracciarti come non ho mai potuto fare.
Dovunque tu sia, mi immagino sia un posto con molti libri, tanto sole e una pianta di limoni, e che tu ci stia un gran bene. E finalmente in pace.
Pensami ogni tanto. Ti voglio bene.
La Tua Imperatrice.

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