Il temibile omino che vende stoffe.

stoffe

Rotoli di stoffa incombono su di noi.

Oggi sono andata in un negozio di stoffe con mia zia.

Visto che qualche settimana fa ho rinnovato un po’ la mia camera da letto (traduzione: il mio compagno ha stuccato e imbiancato, io ho verniciato gli infissi, e poi abbiamo pulito assieme), m’è venuta voglia di cambiare la fodera del mio letto imbottito. Un po’ la colpa è anche di mio cugino, che ha rifatto il suo, di letti, e ha fatto venire voglia anche a me, un po’ la colpa è della stoffa che c’è adesso, che comincia a mostrare gli anni, i lavaggi, i tormenti e le estasi. E poi è blu elettrico. Per carità, è un bellissimo punto di blu, mi piace ancora molto, ma… non sono più io.

Uno dei difetti del superare la soglia dei quaranta, è che il cervello d’improvviso svolta in una direzione imprevista, e senza mettere la freccia. Quindi scopri che cosa che ti sono piaciute moltissimo, non ti piacciono più. O meglio, ti piacciono ma non ti ci ritrovi. E’ un po come se tu avessi detto a qualcuno, passeggiando mentre si guardano le vetrine “Guarda che bello quel letto blu” e poi il qualcuno te lo facesse trovare in casa di regalo. Si, è bello, si ti piace il blu, ma no, non è quello che voglio ora.

E così, ho preso mia zia, che in tutta questa vicenda è incaricata di cucire fodere per i letti (prima quella di suo figlio, e ora la mia), e siamo andati al magazzino delle stoffe.

Io e il cucito siamo due mondi lontanissimi. Se vi mettete a raccontarmi di alcune dinamiche della meccanica quantistica, forse potrei anche starvi dietro. Ma sul cucito no. Non ne capisco niente, e quando dico NIENTE intendo tipo quell’eco che fanno i bagni vuoti delle case sfitte.

Dopo un giro fra gli scaffali, dove avevo già puntato una stoffa che mi piaceva, arriva il commesso a servirci. L’addetto alla vendita è un torrente di parole, mentre mi mostra i rotoli del colore da me indicato snocciola termini come “cencello”, “rasatello” e altre robe in “-ello” che non ricordo. “Mi piacerebbe vedere quella” e gli indico il rotolo che avevo puntato prima. “Ah, bene, le stoffe coordinate!”. Arraffa il rotolo e con maestria ne srotola un po’ sul bancone, e ci chiede le misure.

Tiro fuori dalla borsa il mio fogliettino con le misure e il disegnetto della testata, e comincio a sentirmi come i clienti sfigati che vengono derisi dai gruppi dei commessi su Facebook. Siamo tutti clienti sfigati, prima o poi. Illustro più o meno il progetto, e l’addetto annuisce ammirando il mio disegnetto, con un’espressione che sta in bilico tra la pietà e la tenerezza. Si, ho anche disegnato i fiocchetti che trattengono i cuscini della testata, e allora?

Qui comincia il delirio. “Come la vuole orientare la fiammatura?” “La cosa?” “Le righe della trama: verticale o orizzontale?” “Verticale, direi?” “Infatti! (sguardo di approvazione dell’addetto) Allora, i letti sono di queste misure…” e da lì parte con tutta una serie di possibili combinazioni del taglio dei pezzi di tessuto che “alza due e ottanta ma noi vogliamo la fiammatura verticale quindi teniamola come larghezza” e va avanti come un tornado, poi si ferma, e mi fa “Mi stai seguendo?” “No, sono ubriacata e non sto capendo nulla, ma vai avanti, tanto c’è lei” e indico la zia, che è in grado di intendere e di cucire.

Va avanti incastrando possibili combinazioni di taglio finchè, dopo alcune somme snocciolate fissandomi per accertarsi che io stia capendo qualcosa, sentenzia: “Quattro metri e trenta. Facciamo cinquanta e stai tranquilla e ci vengono pure dei bei cuscini con le rimanenze. Taglio?”.

Panico per alcuni secondi. “Taglio?” detto dall’omino delle stoffe è quasi peggio di quello pronunciato dal parrucchiere. Guardo zia, che serafica conferma che è lo stesso quantitativo del letto del cugino, e allora confermo: “Taglia!”. Imperturbabile, l’addetto riarrotola la pezza, e mi va a prendere il rotolo nuovo così me la taglia tutta dallo stesso bagno. Soddisfatta vedo il tessuto drappeggiarsi sul bancone, ma la tortura tessile non è ancora terminata: c’è da calcolare il velcro! Lì interviene la zia, che da professionista del settore, fa richieste incontestabili, e cazzia anche l’addetto che sta prendendo il velcro bianco! Giammai! Lo vogliamo nero! “Nero!” annuncio anche io annuendo (visto che capisco anche io, eh? visto?) Scegliamo il colore del filo (cinquecento metri di filo?? Ma veramente? E dove li metto cinquecento metri di filo nel letto?), e alla fine arriviamo alla parte in cui sono competente, cioè tirare fuori la carta di credito e pagare.

Sono sopravvissuta, ma è stata dura.

Arrivata a casa, ho preso la stoffa, ne ho spiegata un po’ e l’ho appoggiata sulla testata del letto. E’ un bel marrone cioccolato, scuro e caldo, con la trama, pardon, la “fiammatura” a righine verticali. Mi sta proprio bene, quel colore lì.

40 anni e sentirli tutti.

hello kitty

Nella foto, Hello Kitty va al concerto dei Turbonegro.

Una bella mattina sei al lavoro, hai a fianco l’ennesima stagista che ti racconta che è nata nel 1993.

MILLENOVECENTONOVANTATRE.
Avevo ventidue anni, nel 1993. Mi ero diplomata da tre e lavoravo da oltre due. Avevo una cotta non ricambiata, guidavo l’auto, uscivo la sera facendo assai tardi. E l’ennesima stagista non era ancora nata. O se lo era, era in fasce.

Potrebbe essere mia figlia. Argh. Pensiero orribile. Ti rendi conto che nonostante gli scambi di sms e di messaggi su Whatsapp, il tempo perso a guardare i video di Clio Makeup e i jeans aderenti, non sei più una ragazzina. (Ok, le mie chiappe sono di gran lunga migliori di quelle di molte ragazzine, ma questo è un argomento che a voi non deve interessare, ok? OK!).

E’ che alla fine mi sono resa conto che la prolungata adolescenza in cui la nostra società (mi fa schifo scrivere “la-nostra-società” ma non ho sinonimi) cerca di proiettarci fino all’età di 62 anni, non me la sento più addosso. Mi è venuta una botta di maturità. No, meglio, di adultaggine. Non so se esista questo termine, ne dubito, e credo che il mio moroso scrittore inorridirà, ma tant’è, mi serviva quella parola.

E’ oggettivo: non ho più voglia di comportarmi da adolescente. Da bambina, può darsi, ma da adolescente no. Fatevi avanti, 40’s (e non fatemi notare che vi siete fatti avanti già da quasi quattro anni e io non ci avevo fatto caso).

A questo punto mi chiedo: ma le altre donne sulla quarantina dove sono? Che fanno? Stanno nascoste dentro le magliette di Hello Kitty fuori tempo massimo, vanno in discoteca, dove stanno? Perchè non scrivono, non si fanno vedere, non mostrano al mondo la loro magnificenza? C’è, soprattutto, questa magnificenza? Ricordo che a un certo punto della mia vita ho desiderato avere 40 anni, ardentemente. Pensavo che avrei potuto fare assolutamente quello che avessi voluto, senza dover rendere conto a nessuno se non a me stessa. Avrei indossato rossetti rossi al mattino, e belle giacche. Avrei comprato borse ampie per stare fuori casa tutto il giorno, avrei arredato la mia casa da persona adulta. Avrei ascoltato Paolo Conte. Molte di queste cose le faccio, alcune no (ma a Paolo Conte ci potrei arrivare, eh.).

Ma intorno a me non vedo altre persone così. Ho le mie adorabili nipotine stagiste, conosco delle cinquantenni agguerritissime, ma le mie coetanee, tolte un paio di care amiche, non sono pervenute.

Può una over 40 tenere un blog, o fa troppo adolescente? Perchè mi è venuta voglia di raccontarvela, questa quarantenne in cerca di adultaggine, e se qualcuna ha voglia di scambiare qualche idea (qualcuna o qualcuno e di ogni età, sia ben inteso) la porta è aperta.

Fenomenologia della tenda.

Nella foto, uno fra i più terrificanti allestimenti di tende mai visti sulla terra. No dico, ma le rose, ne vogliamo parlare? Anche no.

Giorni fa ho comprato delle tende nuove per la mia camera da letto. Non che ne avessi bisogno: avevo già delle tende molto carine, che mi piacciono ancora molto a distanza di anni dal momento dell’acquisto (ricordo che scelsi le tende per la camera da letto ancor prima di aver scelto le piastrelle per il pavimento), solo che mi trovavo da Ikea (maledetti), e mi hanno fatto venire una gran voglia di calore invernale, di colori naturali, di quel mondo lì nordico del tipo fuori-c’è-la-tormenta-ma-noi-stiamo-qui-in-casa-al-caldino-nel-nostro-plaid-Ulsverklund*. E quindi quando ho visto queste belle tende le ho volute acquistare.

Giorni dopo ho raccontato del mio nuovo acquisto e successivo allestimento in camera da letto ad un’amica, bullandomi fra l’altro dell’economicità delle tende. Mi sento rispondere (e non solo da lei, anche da altre donne): “Ah, io ho delle tende che acquistai a XXX euro.”, segue sopracciglio alzato di chi si sta chiedendo come sia concepibile avere tende da XX euro e non da XXX euro.  Si, la differenza è in centinaia di euro.

E così mi sono chiesta perchè le donne hanno questo rapporto quasi morboso con le tende, che impone che siano costosissime (c’è gente che se le fa regalare per le nozze da nonne compiacenti che poi si vantano al mercato di aver regalato tende per un ammontare pari al mio stipendio di un mese), elaborate che neanche un ingegnere edile saprebbe venirne fuori, e tenute in considerazione suprema. “Vieni a casa mia, prendiamo un caffè e ti mostro le mie tende, le ho pagate XXXX euro!”, seguono mormorii di stima e ammirazione. Perchè non ammirate me che ho speso pochissimo, le mie tende fanno un figurone e se le rovino in lavatrice non è un dramma? perchè, eh?

Seriamente. Perchè le tende valgono così tanto nella vita di una donna, soprattutto se casalinga? Ricordo che quando morì mia madre, tantissime donne amiche di famiglia, si offrirono di venire a casa, e aiutarmi a tirar giù le tende per lavarle. Ora, grazie del pensiero, ma sul serio qualcuno pensa che il giorno dopo aver partecipato ai funerali di mia madre io abbia un qualsivoglia pensiero rivolto alle tende? perchè almeno cinque donne diverse hanno avuto la stessa (bizzarra, IMHO) idea? E il bello è che so per certo che è successo ad altre persone. Sei in un momento di grave afflizione? Vengo a casa tua e ti lavo le tende.

Qual è la conclusione di questo ragionamento? Non lo so. Aiutatemi, se mi leggete, a capire il perchè di questo misterioso potere iconologico delle tende nella casa della donna moderna. Perchè io, davvero, non ne sono venuta a capo.

*nome assolutamente di fantasia, ma se il sig. Ikea vuole usarlo e pagarmi i diritti d’autore, ben venga.

Follow my blog with Bloglovin

Noi e loro.

bobina

Eccola lì, l’immagine appare per qualche attimo sullo schermo. Frammenti di vecchi 8 mm, decorati dai segni del tempo, con quel ritmo un po’ accelerato che li accomuna alle pellicole d’inizio ventesimo secolo.

Di sfuggita, vedi il volto di tua madre, che ha all’epoca la metà dei tuoi anni. Con un collasso spazio temporale vedi in lei quello che eri alla sua età. Non la figlia che assomiglia alla madre, ma la madre che assomiglia alla figlia in quel momento più anziana di lei. La spii, guardandola in un momento in cui lei non era a conoscenza della tua esistenza. L’inversione dei poli familiari. Riconosci la camicia, non ricordi quel taglio di capelli in particolare. Ricordi gli ombretti grigi, e la boccetta arrotondata del fondotinta Avon che ha sempre avuto.

Noi e loro. Inconsapevolmente congiunti e rovesciati. Presagio cinematografico della vita che sarà, quando la figlia accudisce sua madre come fosse la sua creatura, circondandola di quanto ha imparato da lei.

Credere.

“Credo nella manicure, nell’agghindarsi, nell’usare rossetti, nel rosa.

Credo che l’amore sia il miglior metodo per bruciare le calorie.

Credo nel bacio alla francese. Credo che le ragazze felici siano le più carine.

Credo che domani sia un altro giorno e credo ai miracoli”

Audrey Hepburn.

audrey hepburn

Questo bacio a tutto il mondo.

Una delle cose  più belle ed emozionanti che ho avuto nella mia vita è stata la visita al Fregio di Beethoven, alla Secessione di Vienna. In un tardo pomeriggio di dicembre, ci siamo ritrovati, io e l’uomo che amo, di fronte alla Secessione. Splendeva, l’edificio, anche se non c’era il sole, e sapeva di straordinario già a starci davanti. Non senza difficoltà per il ghiaccio sui gradini, siamo entrati, e ci siamo letteralmente immersi, visto che si trova in una sala nel seminterrato, nella stanza che ospita il Fregio.

Questa sala:

Eravamo lì, noi due e altri tre o quattro turisti, a contemplare il genio di Klimt disteso per svariati metri sulle pareti di quella sala quasi kubrickiana. E’ in alto, c’è da stare col naso all’insù per un bel po’.

Il fregio di Beethoven, come è raccontato qui, diviso su tre pareti, e rappresenta la ricerca della felicità, con la supplica degli umani al cavaliere che rappresenta la forza che guida nella lotta per il raggiungimento della felicità, poi le forze che si oppongono: malattia, follia e morte, e voluttà, lussuria ed eccesso.
Infine, la ricerca della felicità che trova il compimento nella poesia e nelle arti, che sono il luogo dove si trovano pura gioia, pura felicità, puro amore. E a concludere, la rappresentazione del verso più emozionante dell’Inno alla Gioia di Schiller, musicato da Beethoven e che ha fatto da ispirazione a Klimt per questo affresco:

“Gioia, meravigliosa scintilla divina.

Questo bacio a tutto il mondo”

Il coro delle donne in  paradiso, e l’abbraccio della coppia, ancora più emozionante del più famoso “Bacio” di Gustav Klimt. Restammo lì per un tempo che non ho mai saputo quantificare, ma che fu intenso e importante. Si annusava il genio, e l’arte quando era vita, e un modo di pensare che era avanti a noi di secoli.

Uscimmo poi, nel gelo della sera viennese, con un sogno realizzato.

Violette.

violetteOggi, dopo una settimana di pioggia e di influenza, c’era il sole. Ho raccolto delle violette dal giardino.
Le violette son belle raccolte in febbraio, quando hanno gli steli lunghi lunghi, che le fanno sbucare fra le foglie rotonde.
Devi infilare le mani fra le foglie, giù, seguendo lo stelo con le dita fino ad arrivare alla fine. E solo a quel punto puoi staccarle.
Ci vuole delicatezza e fiducia, non devi spezzarle, e devi sperare che non sbuchi un insettaccio fra il fogliame.
Poi, le raccogli in un mazzolino, stacchi qualche bella foglia e la metti intorno, come fa il fiorista con la carta dei boquet, solo che le violette sono furbe e la confezione ce l’hanno autoprodotta.

Son qui in un vasetto, e il loro profumo è talmente forte che riesco a sentirlo anche col raffreddore.
Sanno di inizio di primavera, di veglioni carnevale, di aiuola di nonna, di vasetto comprato, con gli spiccioli risparmiati, trent’anni fa, così la mamma avrebbe potuto raccogliere dei bei mazzolini di violette e metterceli dentro. Un vasetto d’ottone da pochi soldi, con una violetta dipinta sopra, comprato da una bimbetta in un’epoca che non esiste più, romantica e antiquata come il profumo delle violette.
Però sono ancora lì. Loro resistono, malgrado tutto.

Voci precedenti più vecchie

strategie evolutive

ciò che non ci uccide ci lascia storpi e sanguinanti

sbcphoto.org

Blog di Lucegrafia e dintorni

agenda19892010

The value of those societies in which the capitalist mode of production prevails, present itself as "an immense accumulation of commodities", its unit being a single commodity --- Karl Marx

haven for us

"You're an island of tranquillity in a sea of chaos."

michil costa

les Dolomites, nosta Tera nosta Vita.

zen habits

ho sognato un gatto parlante

Becoming Minimalist

Own less. Live more. Finding minimalism in a world of consumerism.

pensieri e parole

ho sognato un gatto parlante

Soffice Lavanda

ho sognato un gatto parlante

ClioMakeUp Blog / Tutto su Trucco, Bellezza e Makeup ;)

Ciao ragazze! Se vi piacciono i miei tutorial e le mie review/recensioni qui troverete tutto quello che volete sapere sul trucco ma non avete mai osato chiedere :)

Big Picture

ho sognato un gatto parlante

PSD : Photoshop Disasters 

ho sognato un gatto parlante

Mulholland Dave

ho sognato un gatto parlante

La Finestra Sul Cortile

ho sognato un gatto parlante

Il Disinformatico

ho sognato un gatto parlante

GUY FLETCHER

ho sognato un gatto parlante

deepsurfing

Pensare nel groviglio

Vanity Nerd

si nerdeggia di cose estremamente futili

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: