Terra.

Io vorrei, davvero, andare a zappare la terra. La terra non ti insulta, non ti umilia, non ti sfinisce la mente lasciandoti il corpo molle come quello di un verme bianco. Ti stanca, ti stronca, ti chiede attenzione e cura, ma ti rispetta. Laddove il rispetto è fatto di mani segnate, di freddo nelle ossa e piante che crescono dal tuo lavoro. Non ci sono menzogne, dove c’è la terra. Non puoi mentire alla terra, perchè non ti perdona, se lo fai. Se davvero potessi farlo, andrei volentieri a zappare la terra.

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Pellegrinaggi.

l’Abbazia di Novacella – ph. Sentres.com

Cortile dell’abbazia di Novacella,in provincia di Bolzano (se non ci siete mai andati, visitatela perchè merita, e trovate il tempo per sorseggiare un bicchiere del loro ottimo Sylvaner nella cantina). Nel cortile, luogo di pace e riflessione, attendo il mio compagno che è andato alla toilette. Vicino a me c’è un’altra ragazza che attende il suo fidanzato. Si avvicina, passeggiando serenamente, una famigliola: papà, mamma, e il figlio di circa nove o dieci anni. Il bimbo giocherella con i fili d’erba delle aiuole, mentre passeggia, e a un certo punto dice, come stesse parlando più fra sè e sè, che con i genitori: “In effetti dal cibo si capisce molto della storia e della cultura di un popolo.”

I genitori si compiacciono dell’arguta osservazione del bimbo, e anche io mi stupisco di tanta intelligenza e proprietà di linguaggio di un bimbo così piccolo. Il ragazzino prosegue nella sua riflessione a voce alta: “Prendiamo ad esempio lo speck!”

Il padre si ferma, lo guarda sconsolato e gli dice: “Tu sei venuto qua in venerazione dello speck!”

Il bimbo imperturbabile prosegue la sua passeggiata e gli risponde: “Io sono il pellegrino dello speck!”

Io, l’altra ragazza e la mamma del bimbo ci buttiamo per terra a ridere.

Ecco, questo è il mio augurio per il nuovo anno: siate i pellegrini di ciò che amate: andate e cercate, speck, prosciutto crudo o verità della vita, va bene tutto: basta che iniziate il vostro pellegrinaggio.

Buon anno!

40 anni e sentirli tutti.

hello kitty

Nella foto, Hello Kitty va al concerto dei Turbonegro.

Una bella mattina sei al lavoro, hai a fianco l’ennesima stagista che ti racconta che è nata nel 1993.

MILLENOVECENTONOVANTATRE.
Avevo ventidue anni, nel 1993. Mi ero diplomata da tre e lavoravo da oltre due. Avevo una cotta non ricambiata, guidavo l’auto, uscivo la sera facendo assai tardi. E l’ennesima stagista non era ancora nata. O se lo era, era in fasce.

Potrebbe essere mia figlia. Argh. Pensiero orribile. Ti rendi conto che nonostante gli scambi di sms e di messaggi su Whatsapp, il tempo perso a guardare i video di Clio Makeup e i jeans aderenti, non sei più una ragazzina. (Ok, le mie chiappe sono di gran lunga migliori di quelle di molte ragazzine, ma questo è un argomento che a voi non deve interessare, ok? OK!).

E’ che alla fine mi sono resa conto che la prolungata adolescenza in cui la nostra società (mi fa schifo scrivere “la-nostra-società” ma non ho sinonimi) cerca di proiettarci fino all’età di 62 anni, non me la sento più addosso. Mi è venuta una botta di maturità. No, meglio, di adultaggine. Non so se esista questo termine, ne dubito, e credo che il mio moroso scrittore inorridirà, ma tant’è, mi serviva quella parola.

E’ oggettivo: non ho più voglia di comportarmi da adolescente. Da bambina, può darsi, ma da adolescente no. Fatevi avanti, 40’s (e non fatemi notare che vi siete fatti avanti già da quasi quattro anni e io non ci avevo fatto caso).

A questo punto mi chiedo: ma le altre donne sulla quarantina dove sono? Che fanno? Stanno nascoste dentro le magliette di Hello Kitty fuori tempo massimo, vanno in discoteca, dove stanno? Perchè non scrivono, non si fanno vedere, non mostrano al mondo la loro magnificenza? C’è, soprattutto, questa magnificenza? Ricordo che a un certo punto della mia vita ho desiderato avere 40 anni, ardentemente. Pensavo che avrei potuto fare assolutamente quello che avessi voluto, senza dover rendere conto a nessuno se non a me stessa. Avrei indossato rossetti rossi al mattino, e belle giacche. Avrei comprato borse ampie per stare fuori casa tutto il giorno, avrei arredato la mia casa da persona adulta. Avrei ascoltato Paolo Conte. Molte di queste cose le faccio, alcune no (ma a Paolo Conte ci potrei arrivare, eh.).

Ma intorno a me non vedo altre persone così. Ho le mie adorabili nipotine stagiste, conosco delle cinquantenni agguerritissime, ma le mie coetanee, tolte un paio di care amiche, non sono pervenute.

Può una over 40 tenere un blog, o fa troppo adolescente? Perchè mi è venuta voglia di raccontarvela, questa quarantenne in cerca di adultaggine, e se qualcuna ha voglia di scambiare qualche idea (qualcuna o qualcuno e di ogni età, sia ben inteso) la porta è aperta.

Fenomenologia della tenda.

Nella foto, uno fra i più terrificanti allestimenti di tende mai visti sulla terra. No dico, ma le rose, ne vogliamo parlare? Anche no.

Giorni fa ho comprato delle tende nuove per la mia camera da letto. Non che ne avessi bisogno: avevo già delle tende molto carine, che mi piacciono ancora molto a distanza di anni dal momento dell’acquisto (ricordo che scelsi le tende per la camera da letto ancor prima di aver scelto le piastrelle per il pavimento), solo che mi trovavo da Ikea (maledetti), e mi hanno fatto venire una gran voglia di calore invernale, di colori naturali, di quel mondo lì nordico del tipo fuori-c’è-la-tormenta-ma-noi-stiamo-qui-in-casa-al-caldino-nel-nostro-plaid-Ulsverklund*. E quindi quando ho visto queste belle tende le ho volute acquistare.

Giorni dopo ho raccontato del mio nuovo acquisto e successivo allestimento in camera da letto ad un’amica, bullandomi fra l’altro dell’economicità delle tende. Mi sento rispondere (e non solo da lei, anche da altre donne): “Ah, io ho delle tende che acquistai a XXX euro.”, segue sopracciglio alzato di chi si sta chiedendo come sia concepibile avere tende da XX euro e non da XXX euro.  Si, la differenza è in centinaia di euro.

E così mi sono chiesta perchè le donne hanno questo rapporto quasi morboso con le tende, che impone che siano costosissime (c’è gente che se le fa regalare per le nozze da nonne compiacenti che poi si vantano al mercato di aver regalato tende per un ammontare pari al mio stipendio di un mese), elaborate che neanche un ingegnere edile saprebbe venirne fuori, e tenute in considerazione suprema. “Vieni a casa mia, prendiamo un caffè e ti mostro le mie tende, le ho pagate XXXX euro!”, seguono mormorii di stima e ammirazione. Perchè non ammirate me che ho speso pochissimo, le mie tende fanno un figurone e se le rovino in lavatrice non è un dramma? perchè, eh?

Seriamente. Perchè le tende valgono così tanto nella vita di una donna, soprattutto se casalinga? Ricordo che quando morì mia madre, tantissime donne amiche di famiglia, si offrirono di venire a casa, e aiutarmi a tirar giù le tende per lavarle. Ora, grazie del pensiero, ma sul serio qualcuno pensa che il giorno dopo aver partecipato ai funerali di mia madre io abbia un qualsivoglia pensiero rivolto alle tende? perchè almeno cinque donne diverse hanno avuto la stessa (bizzarra, IMHO) idea? E il bello è che so per certo che è successo ad altre persone. Sei in un momento di grave afflizione? Vengo a casa tua e ti lavo le tende.

Qual è la conclusione di questo ragionamento? Non lo so. Aiutatemi, se mi leggete, a capire il perchè di questo misterioso potere iconologico delle tende nella casa della donna moderna. Perchè io, davvero, non ne sono venuta a capo.

*nome assolutamente di fantasia, ma se il sig. Ikea vuole usarlo e pagarmi i diritti d’autore, ben venga.

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Rossetti rossi per comunisti fortemarmini.

Pif, la Dandini e Faletti durante la simpatica serata.

Arriva il mio moroso, e mi annuncia: “Oggi pomeriggio andiamo alla Capannina di Forte dei Marmi a vedere la premiazione del Festival della Satira, ti va? Ci ha invitati G.”

Analisi logica della frase.

“[…] andiamo alla Capannina di Forte dei Marmi […]”: Oddio, e che mi metto? I sandali rossi col tacco, ovvio, ma sopra? E’ di pomeriggio, ma è pur sempre FoVte dei MaVmi, un minimo di chic sarà necessario. Così, magari giusto per distinguersi dai russi.

“[…] premiazione del Festival della Satira […]” ah ecco, ridimensioniamoci, sarà pieno di gggente di sinistra (comunisti? russi? rossi? boh!), quindi lo chic mi deve diventare almeno un po’ radical, se non non va bene. Però i sandali rossi li metto lo stesso. E opto per dei jeans con la camicia di lino ecrù che fa sempre donna con stile. Rossetto Mac Russian Red che s’intona col sandalo e con i russi in ferie, tiè.

Scopro dopo poco che entriamo nella leggendaria quanto kitsch e demodè Capannina, che pure Serena Dandini, che presenta la serata, ha optato per i sandali rossi, come il vestito. Lei è simpatica e un po’ meno rigidina che in tv, ed è brava a tenere il ritmo di un’occasione che poteva rivelarsi noiosa come la peste come tutte le premiazioni, oppure pericolosamente anarcoide a causa di alcuni premiati un po’ stravaganti, come la Pompa, cugina maleducata della Pimpa che potrebbe anche riscuotere le simpatie di Davide La Rosa. Ci sono anche Pif, premiato per il programma Il Testimone di MTV, svariati disegnatori satirici, più o meno giovani, Giorgio Faletti che non mi è parso in gran forma, e una disegnatrice egiziana, Doal Eladl che rischia la pelle ogni volta che pubblica una vignetta. Poi c’è lui: l’idolo della massaia-con-pretese-di-cucina-più-o-meno-alta. Fabio Picchi. Quello che fa le rubriche di cucina su Rai 2 e dopo il TGT24 su alcune reti toscane. Ah beh, poi gestisce il ristorante Il Cibreo a Firenze, più altre due o tre cose, ma quelle, si sa, di fronte alla “televisibilità”, passano in secondo piano. In realtà, poi,  sta seduto nel pubblico in qualità di accompagnatore della moglie, premiata, Maria Cassi che è una bravissima atrrice comica stranota all’estero e cagata zero da noi. Ho l’occasione di scambiarci due o tre parole, a fine spettacolo, e mi è parso un bel personaggio.

Conclusa la premiazione, arrivano degli elegantissimi quanto demodè camerieri in giacca bianca e cravattino nero, che sembrano usciti pari pari da un film degli anni ’60, onusti (ah! quanto ho sempre desiderato usare questa parola in un post!) di grandi vassoi di tartine & pasticcini per ricoprire il lungo tavolo del buffet. E lì, manco a dirlo, s’è scatenato l’inferno di Massimo-Decimo-Meridiana memoria: orde di astanti, per lo più anziani (perchè in Versilia alle manifestazioni culturali o pseudo tali ci sono solo orde di anziani? e si che parecchi dei premiati erano under 40, qualcuno anche under 30. Che la versilia non sia un paese per giovani?) si scaraventano sul buffet, sui vassoi e manca poco anche sui camerieri lievemente terrorizzati, come se non mangiassero da eoni. Col mio prosecchino mi sposto da una parte, separata dal moroso e dai nostri amici da questa mandria di bisonti affamati. Perfino i premiati si sono barricati dietro a qualche poltrona, con un paio di miseri piattini, ignorati dai più che gli preferiscono una manciata di bignè. Giuro: ho visto un paio di signore on in mano una MANCIATA di bignè. Che brutto mondo. Meno male che almeno il Russian Red ha retto. beh, anche perchè poi io alla fine mica ho mangiato niente…

E quindi?

Un’altra giornata che se ne va, un’altra settimana che scivola via nella pioggi (quasi) incessante. Ho messo uno smalto nuovo, chiaro come vorrei fosse chiaro il futuro prossimo. E invece è tutto nuvoloso come il cielo. Eppure, sentendo l’odore dei campi bagnati, guardando il mio cane che viene ad appoggiare il muso sulla mia gamba mentre scrivo, sentendo il respiro del mio uomo che guarda la tv disteso sul letto, penso che a suo modo, ed è un modo gravemente bizzaro, questo può essere un mondo merviglioso. Ma forse è solo la chitarra di Mark.

Io aspetto la neve.

neve

Io aspetto la neve. La neve è buona, è soffice e innocua. Non ci sono alluvioni di neve. Nessuno si fa male perchè tutti stanno in casa, e magari si annoiano un po’. Per questo, molti non amano la neve. E’ bianca e uniforme, quindi per loro è noiosa.

Per me invece è rassicurante. Totale pigrizia e non azione. Anche quando ci si lanciano le palle di neve non c’è azione. E’ gioco, è inerzia della mente. E’ pigrizia della preoccupazione, è sciopero delle angosce quotidiane.

Io aspetto la neve. Si sa, già l’attesa è piacere. Sotto la neve pane, si diceva un tempo. La pioggia ristagna, la neve scompare. A me i ristagni non piacciono, preferisco eleganti sparizioni. Senza disturbare.

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