C’è questo ma c’è anche dell’altro (per fortuna).

C’è la gente cattiva. E’ brutto da dire, ma certa gente è proprio cattiva, bassa, direi infima. Morti di fame, diceva giustamente il mio compagno oggi, anche se hanno i milioni. Gente che non ha altro scopo nella vita che ferirti, farti star male, creare casino nella vita altrui. Quale godimento ne traggano, lo sanno solo loro.

Spesso ci riescono, e ti svegli col mal di stomaco a palla e l’idea di vomitare da un minuto all’altro come prospettiva migliore della giornata.

Però, per fortuna, per la gente che non è cattiva, c’è dell’altro. C’è stappare una buona bottiglia di vino acquistata in una piccola vacanza dove ha quasi sempre piovuto machissenefrega. C’è un giro in un negozio ad imparare le consistenze della carta per acquerelli, sperando prima o poi di avere il coraggio di poggiare il pennello su uno di quei meravigliosi fogli così vivi.

Ci sono le fragole raccolte da mio padre nell’orto di un suo amico, che profumano così intensamente che ti chiedi dove abbiano trovato tutto quello slancio. C’è la risata fatta con una collega nonostante tutto. C’è il tuo cane che ti strappa di mano l’osso che gli sventoli davanti correndo via come un cucciolo anche se ha quindici anni e zoppica vistosamente.

C’è il tuo uomo che valuta con estrema attenzione la tavoletta migliore da usare come supporto da disegno, spingendoti a cercare il meglio, e non la prima cosa e via come a volte (troppo spesso?) ti capita di fare.

C’è tutto questo, e piano piano la gente cattiva svanisce, come la foschia, il mattino dopo.

Salmastro

Oggi 21 marzo è la Giornata Mondiale della Poesia.
Ecco una poesia di Carlo Alberto Turrini.

Primavera Sacra

Una vela di vanit passer

sull’orlo dell’abisso.

Tu, a stento la noterai

sempre che un suono non ti distragga.

Di ritorno dalla spiaggia

la porterai con te

inconsapevole

nell’ingorgo di rumori

che definisce la tua vita

trecentotrentacinque giorni l’anno.

Sar solo una goccia di salmastro

asciugata dal calore della pelle

sar uno sguardo che rivolgesti per un istante

all’immensa solitudine del mare.

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Giro di parole

Hidden Poetry.

Primavera Sacra

Latte fondente, miele incandescente

la passione è un tormento di papille gustative

un transito verso le budella arcaiche del disaccordo.

Tu per questo combatti e pianti le unghie

mentre io, ovvero l’altro vero

mi perdo in meandri di disabilità affettive

il ferro della memoria infisso nella pupilla.

E questo corpo che si finge diverso

è invece in tutto e per tutto anima tangibile.

Perché il dramma sia, non è necessario sentirsi minacciati.

Esso incombe persino tra le viole appena spuntate e

nell’odore di sasso, che se mi lascio libero di pensare

mi riporta alla tua pericolosa intimità.

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Terra.

Io vorrei, davvero, andare a zappare la terra. La terra non ti insulta, non ti umilia, non ti sfinisce la mente lasciandoti il corpo molle come quello di un verme bianco. Ti stanca, ti stronca, ti chiede attenzione e cura, ma ti rispetta. Laddove il rispetto è fatto di mani segnate, di freddo nelle ossa e piante che crescono dal tuo lavoro. Non ci sono menzogne, dove c’è la terra. Non puoi mentire alla terra, perchè non ti perdona, se lo fai. Se davvero potessi farlo, andrei volentieri a zappare la terra.

Pellegrinaggi.

l’Abbazia di Novacella – ph. Sentres.com

Cortile dell’abbazia di Novacella,in provincia di Bolzano (se non ci siete mai andati, visitatela perchè merita, e trovate il tempo per sorseggiare un bicchiere del loro ottimo Sylvaner nella cantina). Nel cortile, luogo di pace e riflessione, attendo il mio compagno che è andato alla toilette. Vicino a me c’è un’altra ragazza che attende il suo fidanzato. Si avvicina, passeggiando serenamente, una famigliola: papà, mamma, e il figlio di circa nove o dieci anni. Il bimbo giocherella con i fili d’erba delle aiuole, mentre passeggia, e a un certo punto dice, come stesse parlando più fra sè e sè, che con i genitori: “In effetti dal cibo si capisce molto della storia e della cultura di un popolo.”

I genitori si compiacciono dell’arguta osservazione del bimbo, e anche io mi stupisco di tanta intelligenza e proprietà di linguaggio di un bimbo così piccolo. Il ragazzino prosegue nella sua riflessione a voce alta: “Prendiamo ad esempio lo speck!”

Il padre si ferma, lo guarda sconsolato e gli dice: “Tu sei venuto qua in venerazione dello speck!”

Il bimbo imperturbabile prosegue la sua passeggiata e gli risponde: “Io sono il pellegrino dello speck!”

Io, l’altra ragazza e la mamma del bimbo ci buttiamo per terra a ridere.

Ecco, questo è il mio augurio per il nuovo anno: siate i pellegrini di ciò che amate: andate e cercate, speck, prosciutto crudo o verità della vita, va bene tutto: basta che iniziate il vostro pellegrinaggio.

Buon anno!

Il temibile omino che vende stoffe.

stoffe

Rotoli di stoffa incombono su di noi.

Oggi sono andata in un negozio di stoffe con mia zia.

Visto che qualche settimana fa ho rinnovato un po’ la mia camera da letto (traduzione: il mio compagno ha stuccato e imbiancato, io ho verniciato gli infissi, e poi abbiamo pulito assieme), m’è venuta voglia di cambiare la fodera del mio letto imbottito. Un po’ la colpa è anche di mio cugino, che ha rifatto il suo, di letti, e ha fatto venire voglia anche a me, un po’ la colpa è della stoffa che c’è adesso, che comincia a mostrare gli anni, i lavaggi, i tormenti e le estasi. E poi è blu elettrico. Per carità, è un bellissimo punto di blu, mi piace ancora molto, ma… non sono più io.

Uno dei difetti del superare la soglia dei quaranta, è che il cervello d’improvviso svolta in una direzione imprevista, e senza mettere la freccia. Quindi scopri che cosa che ti sono piaciute moltissimo, non ti piacciono più. O meglio, ti piacciono ma non ti ci ritrovi. E’ un po come se tu avessi detto a qualcuno, passeggiando mentre si guardano le vetrine “Guarda che bello quel letto blu” e poi il qualcuno te lo facesse trovare in casa di regalo. Si, è bello, si ti piace il blu, ma no, non è quello che voglio ora.

E così, ho preso mia zia, che in tutta questa vicenda è incaricata di cucire fodere per i letti (prima quella di suo figlio, e ora la mia), e siamo andati al magazzino delle stoffe.

Io e il cucito siamo due mondi lontanissimi. Se vi mettete a raccontarmi di alcune dinamiche della meccanica quantistica, forse potrei anche starvi dietro. Ma sul cucito no. Non ne capisco niente, e quando dico NIENTE intendo tipo quell’eco che fanno i bagni vuoti delle case sfitte.

Dopo un giro fra gli scaffali, dove avevo già puntato una stoffa che mi piaceva, arriva il commesso a servirci. L’addetto alla vendita è un torrente di parole, mentre mi mostra i rotoli del colore da me indicato snocciola termini come “cencello”, “rasatello” e altre robe in “-ello” che non ricordo. “Mi piacerebbe vedere quella” e gli indico il rotolo che avevo puntato prima. “Ah, bene, le stoffe coordinate!”. Arraffa il rotolo e con maestria ne srotola un po’ sul bancone, e ci chiede le misure.

Tiro fuori dalla borsa il mio fogliettino con le misure e il disegnetto della testata, e comincio a sentirmi come i clienti sfigati che vengono derisi dai gruppi dei commessi su Facebook. Siamo tutti clienti sfigati, prima o poi. Illustro più o meno il progetto, e l’addetto annuisce ammirando il mio disegnetto, con un’espressione che sta in bilico tra la pietà e la tenerezza. Si, ho anche disegnato i fiocchetti che trattengono i cuscini della testata, e allora?

Qui comincia il delirio. “Come la vuole orientare la fiammatura?” “La cosa?” “Le righe della trama: verticale o orizzontale?” “Verticale, direi?” “Infatti! (sguardo di approvazione dell’addetto) Allora, i letti sono di queste misure…” e da lì parte con tutta una serie di possibili combinazioni del taglio dei pezzi di tessuto che “alza due e ottanta ma noi vogliamo la fiammatura verticale quindi teniamola come larghezza” e va avanti come un tornado, poi si ferma, e mi fa “Mi stai seguendo?” “No, sono ubriacata e non sto capendo nulla, ma vai avanti, tanto c’è lei” e indico la zia, che è in grado di intendere e di cucire.

Va avanti incastrando possibili combinazioni di taglio finchè, dopo alcune somme snocciolate fissandomi per accertarsi che io stia capendo qualcosa, sentenzia: “Quattro metri e trenta. Facciamo cinquanta e stai tranquilla e ci vengono pure dei bei cuscini con le rimanenze. Taglio?”.

Panico per alcuni secondi. “Taglio?” detto dall’omino delle stoffe è quasi peggio di quello pronunciato dal parrucchiere. Guardo zia, che serafica conferma che è lo stesso quantitativo del letto del cugino, e allora confermo: “Taglia!”. Imperturbabile, l’addetto riarrotola la pezza, e mi va a prendere il rotolo nuovo così me la taglia tutta dallo stesso bagno. Soddisfatta vedo il tessuto drappeggiarsi sul bancone, ma la tortura tessile non è ancora terminata: c’è da calcolare il velcro! Lì interviene la zia, che da professionista del settore, fa richieste incontestabili, e cazzia anche l’addetto che sta prendendo il velcro bianco! Giammai! Lo vogliamo nero! “Nero!” annuncio anche io annuendo (visto che capisco anche io, eh? visto?) Scegliamo il colore del filo (cinquecento metri di filo?? Ma veramente? E dove li metto cinquecento metri di filo nel letto?), e alla fine arriviamo alla parte in cui sono competente, cioè tirare fuori la carta di credito e pagare.

Sono sopravvissuta, ma è stata dura.

Arrivata a casa, ho preso la stoffa, ne ho spiegata un po’ e l’ho appoggiata sulla testata del letto. E’ un bel marrone cioccolato, scuro e caldo, con la trama, pardon, la “fiammatura” a righine verticali. Mi sta proprio bene, quel colore lì.

Il volto di un uomo.

cieloOggi un uomo mi ha raccontato di come ha visto morire sua figlia.

Il mio lavoro è strano, a volte. La maggioranza delle persone ti transitano davanti, o al telefono, per due, cinque minuti. Se c’è qualche problema, dieci minuti. Poi vanno via. Next patient please, send in another victim of industrial disease… Quelli che si fanno ricordare, in genere, è perchè in qualche modo turbano il regolare andamento del lavoro: richieste bizzarre, arrabbiature, reclami, invettive contro il governo e così via.

Oggi è arrivato un uomo anziano, sui 70 anni. Dopo avermi raccontato il motivo per cui era al mio sportello, mi ha confessato di essere demolito. E lo era, demolito. Il suo era un viso scolpito dai colpi inferti dalla vita. Mi ha raccontato della morte di sua figlia, che presumo avesse più o meno la mia età. Mi ha raccontato una tragedia enorme con una dignità e una compostezza che mi hanno demolita. Si è scusato per lo sfogo. Gli ho risposto che non c’era problema. E allora è andato avanti col suo racconto, mimando la scena, quell’ultimo straziante, eppure tenero, abbraccio. Mi ha raccontato di fato e intuizione. Mi ha raccontato delle persone che l’hanno aiutato e ho visto sul suo viso una gratitudine sincera e rara. L’ho ascoltato, letteralmente rapita dalle sue parole, vedendo ogni immagine che mi raccontava.

Poi è arrivata un’altra persona, e lui, compostissimo, ha salutato e si è avviato all’uscita. Visto che in settimana tornerà, gli ho detto di passare a farmi sapere com’è andata la sua pratica, se mi vede, se ha risolto almeno qualche bega burocratica.

Dopo un po’ mi sono chinata sotto al bancone ad asciugarmi gli occhi.

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